Judit Aldozo è la giovane e bella contadina che entra a servizio in una casa di Budapest. Il giovane signore, come da copione, si invaghisce di lei. Lei lo respinge, lui va all’estero per un periodo per poi sposare un’altra donna. Il matrimonio non sarà mai felice e terminerà alla morte del loro unico figlio. La moglie esce di scena e si riaprono i giochi per la bella Judit che, dopo anni di attesa, riesce a diventare al moglie legittima del signore respinto molti anni prima.La trama di ‘La donna giusta’ è più complessa, ma colgo questo particolare della trama del romanzo di Sándor Márai per soffermarmi su una qualità che credo contraddistingua l’animo femminile: l’attesa. O meglio, l’arte di saper attendere.

L’uomo giusto, il momento giusto, il verificarsi della situazione propizia. Anche se l’attesa è qualcosa che stiamo cercando di allontanare con ogni mezzo dal nostro quotidiano: professionale e affettivo. La nostra vita aziendale è pervasa dal mantra del real time. Tutto deve essere fatto subito, le domande devono trovare immediatamente una risposta, le richieste devono essere esaudite all’istante. È tutto urgente, con il risultato che si perdono di vista le priorità perché tutto è prioritario.

Se passiamo alla dimensione personale, la tecnologia ha modificato il modo di relazionarci con le persone. Mandiamo un messaggio e pretendiamo che il nostro interlocutore ci risponda istantaneamente. Se non succede, immaginiamo scenari apocalittici e ci interroghiamo sulle motivazioni che spingono chi sta dall’altra parte ad assumere atteggiamenti tanto distanti…

Come mi ha raccontato il rettore dell’Università di Bergamo, Stefano Paleari, le tecnologie sono spazio dell’impazienza. Siamo diventati più bravi e veloci nel fare le cose, siamo molto meno capaci di darci un orizzonte, di progettare il nostro futuro.

Le donne sanno cosa significa attendere, invece. Quando una donna è incinta si dice che è ‘in attesa’. In attesa di tenere tra le braccia un corpicino, un volto che nessuno può immaginare come sarà.

Le donne sanno che è necessario attendere perché arrivi il momento giusto. Judit aspetta per anni il suo, di ‘momento giusto’: quello per diventare la moglie di Peter. L’attesa è una capacità – se possiamo catalogarla tra le capacità – che dimostriamo di avere.

In alcuni ambiti, però, attendere che le cose succedano può non essere la via più efficace. Pensiamo alla dimensione lavorativa. Una dimensione ancora oggi molto conflittuale per tante donne.

“Se la tua vita privata sta andando a rotoli, allora sei pronta per uno scatto di carriera”, recita una battuta del film Il diavolo veste Prada. Il fatto è che non si tratta solo della battuta di un film. Per molte donne, ancora oggi, il lavoro, la professione, non si riescono a conciliare con l’essere anche moglie e madre.

E allora mi chiedo: se è vero che le donne sanno attendere il momento giusto, non è che si stanno abituando all’idea dell’attesa e attendono che cambi qualcosa, ma senza un orizzonte temporale preciso?

Se pensiamo all’equilibrio di genere nelle professioni, ad esempio, dovremo attendere parecchio… In Corte d’appello e ai vertici della magistratura si dovrà attendere il 2424 (l’ha calcolato, forse anche un pizzico di provocazione Rossella Palomba nel libro Sognando parità) per avere una percentuale uguale di uomini e donne… Non vi pare un po’ troppo?

Come dire, un conto è saper aspettare, altra cosa è adagiarsi nell’attesa. E le donne credo abbiano atteso un po’ troppo. Da anni si parla di conciliazione, di work-life balance, di sostegno alla maternità. Se ne parla, appunto. Ma la sofferenza delle donne è ancora grande. La maternità ancora si mal concilia con il lavoro.

Facebook e Google, addirittura, danno alle donne la possibilità di congelare i loro ovuli in modo che possano ‘pianificare’ la maternità quando non interferirà più con la carriera…

E poi, in questi anni nei quali il lavoro ‘brilla’ per la sua assenza, anni nei quali il lavoro è importante purché ci sia e i contratti precari sono pur sempre contratti, che tutele hanno avuto le donne lavoratrici con contratti precari? Con quali prospettive hanno potuto immaginare di diventare anche madri? Nessuna. E infatti la nostra natalità è scesa, e continua a scendere. Ma, forse, da oggi qualcosa cambia. Anche le donne con contratti precari, recita il Jobs Act, potranno avere le medesime tutele delle donne con contratti a tempo determinato. Un passo per superare un concetto di maternità come privilegio dei contratti ‘stabili’. Un passo verso la maternità come diritto per tutte.

Quali gli impatti, quale il senso della riforma del lavoro fortemente voluta dal Governo Renzi? Ne parleremo a Milano il prossimo lunedì 26 gennaio nel corso di un evento promosso dalla nostra rivista Sviluppo&Organizzazione. Ci aiuterà ad inquadrare il contesto il Professor Carlo Dell’Aringa, Professore di Economia Politica e grande esperto dei temi che riguardano il mondo del lavoro nel nostro Paese.

L’agenda al link: http://www.este.it/res/convegno_edizione/eid/162/zid/299/approf/1/p/