Ci siamo fatti sgridare anche da Christine Lagarde, il direttore generale del fondo monetario internazionale. Lavoro alle donne, siete i peggiori, così titola il Corriere della Sera in un’intervista che la Lagarde ha rilasciato nella giornata di ieri. Il nostro, ha detto, è il Paese della zona euro che incoraggia di meno la partecipazione delle donne al lavoro. Un cambio di passo produrrebbe effetti positivi sull’economia, potremmo addirittura ipotizzare l’uscita da un periodo di stagnazione. Ma va? Correva l’anno 2008 quando Maurizio Ferrara ha pubblicato il suo ‘Fattore D’. Il docente di Teorie e politiche dello stato sociale dell’Università degli Studi di Milano ha argomento 6 anni fa nel suo libro come il lavoro delle donne potrebbe far crescere l’Italia. Un appello inascoltato, mi vien da dire. Certo, la crisi economica ha portato via il lavoro un po’ a tutti, ma per chi faceva fatica a trovarlo prima la situazione non è migliorata. Lagarde suggerisce di guardare a quei paesi che hanno incentivato il lavoro femminile con agevolazioni fiscali. In Giappone hanno capito che i centri per l’infanzia possono aiutare le donne a non restare fuori dal mercato del lavoro, l’Olanda ha incentivato il lavoro flessibile e il part time, persino la Corea sta dando segnali in questo senso. Tutto il mondo gira in un verso ma noi no, siamo un popolo di creativi, a noi piace fare a modo nostro. Del resto lo abbiamo evidenziato anche con i dati emersi da una ricerca presentata lo scorso mese di febbraio realizzata con OD&M: il diversity management inteso come approccio finalizzato alla creazione di un ambiente di lavoro che include diverse categorie di persone – donne, anziani, giovani – per i nostri responsabili delle risorse umane non è una priorità. E allora continuiamo pure a farci sgridare.