Nel 1968 alla Camera dei Deputati sedevano 19 donne su 630. Oggi sono 198, pari al 31%. Un cambiamento positivo, non c’è dubbio. Che però, a parere di molte deputate, rischia di essere vanificato dall’Italicum, la legge elettorale che dovrebbe essere varata nelle prossime 24/48 ore. Dove sta il problema? Nell’alternanza all’interno della lista. E qui scattano le proposte di emendamento che prevedano, appunto, che nella successione interna delle liste non possano esservi più di due candidati consecutivi del medesimo genere. La questione è tutta nella successione all’interno della lista stessa, perché se le donne sono tutte piazzate lontano dal capolista, difficile immaginare che vengano elette, quand’anche presenti. Vedremo cosa accadrà. Nel frattempo, il giorno dopo l’8 marzo, bene fare qualche riflessione sugli effetti che ha avuto la legge Golfo-Mosca che ha stabilito che gli organi sociali delle società quotate devono riservare un quinto dei membri al genere meno rappresentato, cioè le donne. Se nel 2007 la rappresentanza femminile era poco più del 5% oggi siamo oltre il 17%. Percentuale destinata a salire in previsione del rinnovo dei consigli di amministrazione e dei collegi sindacali di quasi 140 società. Sotto i riflettori troveremo Finmeccanica, Eni, Enel, Terna, aziende che dovranno valutare anche curricula femminili. Che un maggiore equilibrio di generi incida sul profitto è un dato che è stato anche misurato da Goldman Sachs: in Italia se la parità di generi si verificasse il Pil aumenterebbe del 22%… Il problema è che l’occupazione femminile nel nostro paese non cresce e i tagli al welfare colpiscono in grande misura le donne. Diminuiscono i posti negli asili e diminuisce proporzionalmente l’impiegabilità delle donne. Che, guarda caso, a fare figli e costruire una famiglia non ci pensano proprio. Le trentenni di oggi percepiscono come inconciliabile maternità e lavoro, e quindi rinunciano. Alla famiglia e alla maternità. Ma quanto ci costeranno, in termini di equilibrio sociale, queste rinunce?