Ma come fate? Con questo titolo ‘Il fatto quotidiano’ dedica oggi quattro e dico ben quattro pagine al lavoro delle donne. Crescono, in percentuale, le donne manager, il 14,5%  (poche rispetto alla media europea del 33) ma aumenta, anche, il numero delle donne che ha perso il posto di lavoro alla nascita del primo figlio: 800.000 donne non sono rientrate al lavoro dopo il parto perché non è stato rinnovato loro il contratto, sono state licenziate o si sono dimesse. Una sconfitta per tutti. Si continua a parlare, a scrivere, a interrogarsi sul tema per giungere, sempre, alla stessa conclusione: lavorare, se si è donne, stanca di più. Si cominciano però a leggere tra le righe delle soluzioni. Che non sono da ricercare nelle istituzioni che agevolano chiudendo un po’ più tardi l’asilo, per dire. La soluzione sta nella scelta del marito. Udite udite se vogliamo far carriera dobbiamo cercare un marito collaborativo disposto a caricare la lavatrice pochi secondi dopo aver varcato la soglia di casa, un marito che con nonchalance mette i calzini nella cesta della biancheria e si porta le camicie in tintoria da sé. L’esemplare di marito-collaborativo in natura esiste, persino io ne ho incontrato qualcuno, molti rivendicano il pieno dominio del programma di prelavaggio. Qualcuno addirittura decide di non lavorare proprio e lasciare alla moglie la delizia della scalata del vertice aziendale. Insomma, i mariti-compagni-fidanzati sono capaci di performance insospettate. E allora credo sia urgente porre all’attenzione una questione. Continuiamo pure a quantificare quanto tempo dedichiamo più delle nostre dolci metà alla cura della casa, istruiamo pure i nostri mariti-compagni-fidanzati sulle delizie dei programmi di lavaggio delicati, ma se in tutto questo affanno ci dimentichiamo di insegnare ai nostri figli, spesso unici e mediamente molto viziati, che non esiste una forza sovrannaturale che sposta la tazza della colazione dal lavandino alla lavastoviglie, tra vent’anni saremo punto e a capo.