Dateci un Paese normale e vi faremo vedere di cosa siamo capaci. Queste le parole che il Presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha pronunciato oggi in un’assemblea di industriali piemontesi. Ma il nostro è un Paese lontanissimo dall’essere normale. Stamattina un altro imprenditore si è tolto la vita. Dopo aver liquidato i soci, ridotto di dipendenti di due terzi, messo il personale in cassa integrazione, moglie e figlia comprese, non ha retto il peso dei debiti. Imminente la richiesta di ammissione al concordato preventivo. Troppo per un imprenditore di 74 anni che dagli anni 60 aveva creato un grande gruppo editoriale. Chi ha creato un’impresa non ne sopporta il fallimento, chi ha lavorato una vita intera a un progetto non accetta che questo progetto non funzioni più. E quando le banche chiudono le linee di credito questi imprenditori, uomini, non reggono e la fanno finita. Ma è un Paese normale questo? È un Paese normale quello che abbandona chi ha fatto impresa tutta la vita e ha contribuito alla ricchezza di un’intera comunità? È un Paese normale quello pervicacemente sordo alle richieste di aiuto? Certo che non lo è, motivo per cui molti preferiscono portare le loro imprese lontano da qui. Ma la fine di un’impresa, e la scomparsa di chi la guida, rappresenta un impoverimento per tutti. E penso alle mogli di questi imprenditori (perché sono gli uomini a togliersi la vita)  e a quell’insopportabile senso di impotenza con il quale dovranno confrontarsi per sempre. Le donne, dicono, sono un po’ più forti. La sconfitta di un progetto imprenditoriale non le porterebbe mai a compiere gesti estremi. Ma negli anni ’60 erano gli uomini che fondavano le imprese, e quindi ora gli imprenditori che si devono confrontare con storie difficili sono loro. E questi uomini, imprenditori, hanno bisogno di aiuto ma non lo sanno chiedere; hanno bisogno del sostegno delle loro famiglie, della comunità. Le istituzioni, quelle, nel nostro Paese, sono sempre impegnate a fare altro. Gli imprenditori avranno sempre più bisogno anche del sostegno delle donne, che sono forse più attaccate alla vita perché devono generare a loro volta altre vite. Le donne trovano molto del loro appagamento nella sfera famigliare; l’accudimento, la cura è per noi una ragione di vita. Ecco forse le donne, mogli, madri, sorelle, figlie di questi imprenditori in difficoltà oggi hanno il compito di trasmettere un po’ di questo senso di appagamento che si ricava dalla dimensione degli affetti a chi ha cercato, per una vita intera, di fare impresa. (E che potrà certamente continuare a farlo. Magari immaginando un contesto diverso, un’impresa differente. Pensando che qualcosa di più e di meglio, con l’aiuto di tutti, si può creare sempre).